{"id":1395,"date":"2024-09-16T10:36:42","date_gmt":"2024-09-16T08:36:42","guid":{"rendered":"https:\/\/aimarginidellaselva.it\/?p=1395"},"modified":"2024-09-16T12:21:16","modified_gmt":"2024-09-16T10:21:16","slug":"la-giornata-di-uneducatrice-arrabbiata","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/aimarginidellaselva.it\/index.php\/2024\/09\/16\/la-giornata-di-uneducatrice-arrabbiata\/","title":{"rendered":"La giornata di un&#8217;educatrice arrabbiata"},"content":{"rendered":"\n<p>La protagonista della storia che andrete a leggere non esiste nel mondo reale. Ci piace pensare che un pezzetto di lei viva dentro <strong>ogni educatrice del terzo settore<\/strong> perch\u00e9 tutto ci\u00f2 che state per leggere \u00e8 un collage di fatti, sensazioni, emozioni, frustrazioni, rabbie, gioie e sofferenze che abbiamo condiviso collettivamente nella fantastica avventura che \u00e8 il <strong>Collettivo delle Educatrici Arrabbiate di Bologna.<\/strong> Nel testo viene utilizzato in molti punti il femminile universale, scelta che il collettivo ha preso dotandola di accezione critica poich\u00e9 il lavoro educativo \u00e8 spesso identificato come lavoro di cura che nella nostra societ\u00e0 viene a sua volta attribuito ad un ruolo che per \u201c<em>natura<\/em>\u201d dovrebbero svolgere le donne. Vorremmo sovvertire tutto questo e tanto altro ancora.<\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image aligncenter size-large is-resized\"><img fetchpriority=\"high\" decoding=\"async\" width=\"1024\" height=\"722\" src=\"https:\/\/aimarginidellaselva.it\/wp-content\/uploads\/2024\/09\/Giornata-di-Blog-1024x722.png\" alt=\"\" class=\"wp-image-1410\" style=\"width:597px;height:auto\" srcset=\"https:\/\/aimarginidellaselva.it\/wp-content\/uploads\/2024\/09\/Giornata-di-Blog-1024x722.png 1024w, https:\/\/aimarginidellaselva.it\/wp-content\/uploads\/2024\/09\/Giornata-di-Blog-300x212.png 300w, https:\/\/aimarginidellaselva.it\/wp-content\/uploads\/2024\/09\/Giornata-di-Blog-768x542.png 768w, https:\/\/aimarginidellaselva.it\/wp-content\/uploads\/2024\/09\/Giornata-di-Blog-1536x1083.png 1536w, https:\/\/aimarginidellaselva.it\/wp-content\/uploads\/2024\/09\/Giornata-di-Blog.png 2048w\" sizes=\"(max-width: 1024px) 100vw, 1024px\" \/><figcaption class=\"wp-element-caption\"><em>Immagine di Rebecca Valente<\/em><\/figcaption><\/figure>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-text-align-center\"><em>We can\u2019t sit back and watch a whole world go down<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-text-align-center\"><em>Jesus Christ! Take a look around<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-text-align-center\"><em>They\u2019re getting away with things we shouldn\u2019t allow<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-text-align-center\"><em>We\u2019re walking around with our heads in a poisonous cloud<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-text-align-center\"><em>Get up and fight \u2013 Newtown Neurotics<\/em><br><\/p>\n\n\n\n<p>Sono le 7:40 e la mia sveglia inizia a suonare. Non la imposto quasi mai alle sette e mezzo perch\u00e9 quei dieci minuti in pi\u00f9 mi concedono l\u2019illusione di un riposo pi\u00f9 lungo.<\/p>\n\n\n\n<p>Con gli occhi che ancora faticano ad aprirsi, la prima cosa che faccio \u00e8 quella sconsigliata da qualsiasi medico in tutela del nostro cervello. Tastando goffamente il comodino, cerco il mio telefono per disattivare la modalit\u00e0 aereo. Questa notte non ero io reperibile e cos\u00ec ho deciso di prendermi cura della mia persona e premurarmi di non lasciare che nessuna vibrazione mi disturbasse.<\/p>\n\n\n\n<p>Il telefono vibra nervosamente e, tra un buongiornissimo di Zia Carmelina ed un meme sul gruppo delle amiche, eccola spuntare. <strong>\u201c<em>La chat di lavoro<\/em>\u201d.<\/strong> Trentacinque messaggi non letti. Sono sveglia da due minuti e gi\u00e0 guardo il soffitto, invocando qualche guida spirituale che possa proteggermi nel corso di questa giornata appena incominciata. Nel frattempo dalla camera ho presto raggiunto il bagno. Non resisto e cos\u00ec alle 07:50, comodamente seduta sul water, apro la chat.<\/p>\n\n\n\n<p>Pare che la mia collega reperibile sia stata svegliata alle tre di notte da un agente di una caserma per andare a recuperare uno dei nostri ragazzi fermato in centro e sprovvisto della dichiarazione che attesta che \u00e8 ospite della nostra struttura. Lui non ha ancora il permesso di soggiorno ma, trattandosi di un minore, questa dichiarazione gli conferisce una sorta di lasciapassare perch\u00e9 dimostra che \u00e8 sotto la nostra tutela. Sta di fatto che le \u00e8 toccato alzarsi e andare a recuperarlo in taxi, altrimenti lo avrebbero trattenuto fino al mio arrivo in turno. Inaccettabile anche solo l\u2019idea di lasciarlo in caserma una notte intera. La mia collega nei mesi precedenti ha lavorato troppo, ha dovuto coprire turni di un\u2019altra collega che si \u00e8 licenziata da poco e cos\u00ec lavora molte ore in pi\u00f9. Proprio non ci voleva questa chiamata notturna per lei. Sar\u00e0 l\u2019ennesima reperibilit\u00e0 non retribuita che scivoler\u00e0, silenziosamente per molti e dolorosamente per lei, nella famosissima e criticatissima banca ore.<\/p>\n\n\n\n<p>Per chi non sapesse bene cosa sia la banca ore, niente paura, \u00e8 un concetto molto semplice. Si immagini un grande deposito di ore in <em>surplus<\/em> che non verranno mai pagate ma che l\u2019educatrice sar\u00e0 costretta prima o poi a smaltire nel caso in cui il suddetto deposito dovesse ingrandirsi in maniera esagerata. Questo meccanismo si innesca per un motivo altrettanto semplice: <strong>l\u2019assenza di soldi a disposizione per poter retribuire le ore di straordinario.<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>I nostri straordinari coincidono spesso con emergenze piccole o grandi. Nel lavoro educativo possono verificarsi fatti non prevedibili perch\u00e9, <strong>avendo a che fare con l\u2019umano<\/strong>, interagiamo con situazioni che fanno parte della quotidianit\u00e0: un fermo della polizia, una rissa, un braccio rotto, una febbre alta. Imprevisti. Imprevisti della vita.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Il senso di colpa mi assale.<\/strong> Potevo essere io reperibile al suo posto, cosa avrei fatto se fossi stata sveglia? Avrei finto di non sentire il telefono? Che incubo. Penso allo stesso tempo di esser stata fortunata quando la reperibilit\u00e0 era toccata a me due giorni prima e non era successo nulla. Ed ancora: senso di colpa per aver prodotto questo pensiero. \u201c<em>Ma cosa fai? Auguri agli altri di esser svegliati nel cuore della notte?<\/em>\u201d mi chiedo.<\/p>\n\n\n\n<p>Mi fermo e prendo un bel respiro. La speranza \u00e8 di scacciar via, buttando l\u2019aria fuori, questo retaggio del <em>senso di colpa<\/em> che altro non \u00e8 se non una trappola che spesso e purtroppo mi trae in inganno. Mi faccio coraggio e dopo essermi lavata preparo un caff\u00e8 e mangio due biscotti per non dover spendere gli ennesimi soldi in colazioni frenetiche fatte al bar. Quelle colazioni in cui prendo il caff\u00e8 al banco e un cornetto da portare. Cornetto che ingurgito rapidamente nel tragitto dal bar alla fermata del bus. Nella peggiore delle ipotesi, spendo cinque euro. No, decisamente non posso permettermelo. Lo stipendio arriva a met\u00e0 mese ed io sono rimasta con cento euro sulla carta. Se c\u2019\u00e8 del cibo in dispensa \u00e8 meglio arrangiarsi. La colazione fuori verr\u00e0 rimandata non appena ci saranno nuovi soldi.<\/p>\n\n\n\n<p>Dal mio posto a sedere in autobus, nel solito tragitto che mi porta a lavoro, guardo spesso attorno a me ed osservo la citt\u00e0. A volte intravedo il riflesso di me stessa nel vetro e mi guardo con attenzione. Sono una <em>io<\/em> evanescente, come fossi un fantasma. Sono proprio un\u2019ombra! Mi sento invisibile in questa citt\u00e0. Ci\u00f2 che \u00e8 diventata Bologna lo percepisco ogni giorno sulla mia pelle. Ultimamente mi piace paragonarla ad una di quelle strane macchine che utilizzano i tennisti per allenarsi; quelle che sputano energicamente palline da tennis.<\/p>\n\n\n\n<p>Bene, immaginate che al posto delle palline gialle ci siano tutte quelle persone che hanno un conto in banca al di sotto dei mille euro. Siamo tante e tanti a far parte di questa macro-categoria. Tra tutte queste soggettivit\u00e0 quelle di cui posso raccontare qualcosa siamo noi: le educatrici.<\/p>\n\n\n\n<p>Le educatrici dei servizi scolastici, dei socio-educativi, delle comunit\u00e0 per minori stranieri non accompagnati, dei servizi abitativi; quelle dei servizi domiciliari, quelle delle comunit\u00e0 educative h 24 e quelle dei centri diurni. Le educatrici che lavorano nelle comunit\u00e0 mamma-bambino e quelle che invece si occupano di persone con problemi psichiatrici. Quelle che fanno educativa di strada e quelle che lavorano come <em>jolly<\/em>; quelle che fanno gli incontri protetti e le educatrici che lavorano con persone disabili.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Vivere Bologna ed essere educatrici \u00e8 un binomio che inizia ad essere stridente.<\/strong> Il mercato immobiliare \u00e8 alle stelle e alla domanda delle zie al pranzo di Pasqua \u201c<em>ma perch\u00e9 non ti compri casa?!<\/em>\u201d io ormai non so pi\u00f9 cosa rispondere!<\/p>\n\n\n\n<p>Come faccio a spiegargli che per comprare una casa mi serve un contratto a tempo indeterminato, una busta paga dignitosa e dei garanti? Quest\u2019ultimo elemento lascia intendere poi che i nostri genitori debbano letteralmente garantire per noi. E se qualcuna i genitori non li ha pi\u00f9? E se qualcuna non volesse gravare sulla propria famiglia? E se qualcuna volesse prendere finalmente la propria vita in mano e rendersi indipendente? Bene, in questi casi potremmo tutte convenire sul fatto che abbiamo un piano B. Il piano B sarebbe vivere in affitto. Una stanza singola nella citt\u00e0 di Bologna \u00e8 arrivata a costare tra i quattrocento e i mille euro. Peccato che io ne guadagno novecento di euro. Al mese. Come posso permettermelo?<\/p>\n\n\n\n<p>Ed ecco che mi sento di essere una pallina gialla in coda a tante altre palline gialle in attesa del mio momento. Quello in cui <strong>sar\u00f2 sputata fuori dalla citt\u00e0 in cui ho scelto di vivere<\/strong>. Dalla Bologna che tutti mi raccontavano come inclusiva, piena di spazio per tutte e tutti e che, invece, deludendo tutte le mie aspettative e speranze, \u00e8 stata trasformata nell\u2019ennesima <em>citt\u00e0-vetrina<\/em>.<\/p>\n\n\n\n<p>Bologna \u00e8 stata rimpastata in un dolce al miele, studiata a tavolino per esser messa a disposizione dei turisti che, come orsi golosi, vengono a visitarla ammaliati, pronti ad abbuffarsi delle sue bellezze e del suo centro storico brillante. E dove dormono i turisti se non in quegli <em>Airbnb<\/em> che fino a pochi anni fa erano appartamenti affittati dove abitava magari una famiglia, uno studente, una coppia?<\/p>\n\n\n\n<p>Come da copione, ci\u00f2 che accade nelle <em>citt\u00e0-vetrina<\/em> \u00e8 piuttosto semplice: <strong>dei margini nessuno si preoccupa<\/strong>; o meglio \u00e8 bene che i margini rimangano nascosti dai mille occhi che attraversano il centro. Ecco ancora una volta che mi sento quella pallina da tennis. Ma se mi guardo bene attorno, al mio fianco, tra le forme sferiche e gialle, posso distinguere alcune delle mie colleghe e se metto bene a fuoco anche le persone per cui lavoro! Se ci ripenso inizio a non sentirmi poi cos\u00ec sola e mi chiedo spesso cosa potrebbe accadere se, tutte coscienti di ci\u00f2 che succede attorno a noi, ci ribellassimo.<\/p>\n\n\n\n<p>La prima cosa che accade, dopo due ore che sono arrivata in struttura e dopo aver fatto le mie chiacchiere con i ragazzi, \u00e8 iniziare a ricevere le prime telefonate. \u00c8 la mia coordinatrice. \u201cAlina \u00e8 in malattia, non pu\u00f2 venire a darti il cambio all\u2019una. Resti tu, ok?\u201d. Eh no! Oggi mi ero organizzata in modo differente. Avevo finalmente fissato l\u2019appuntamento dalla mia psicologa dopo mesi che non riuscivo ad incastrarla in nessun buco. Se mancher\u00f2 sar\u00f2 costretta a pagare ugualmente la seduta. Sono sessanta euro che, sottratti ai cento rimasti sul conto, mi faranno rimanere con quaranta euro e senza il piacere di aver sfogato il mio senso di frustrazione su quella povera donna. Appunta qualsiasi cosa esca dalla mia bocca e annuisce in silenzio ricordandomi ogni tanto che <em>devi capire quello che cerchi tu, devi ascoltare te stessa!<\/em> Mi vorrei tanto ascoltare, ma come diamine faccio se ogni volta che provo a farlo qualcuno mi sabota?<\/p>\n\n\n\n<p>Provo a chiedere alla coordinatrice di trovare qualcun\u2019altra spiegando la mia condizione in maniera esplicita ma: \u201cE chi ti mando? Non c\u2019\u00e8 nessuno, lo sai anche tu che Giada si \u00e8 licenziata la scorsa settimana. Mi dispiace, non so come poterti aiutare, non possiamo lasciare la struttura scoperta\u201d. Era un mese che avevo organizzato questo cambio. Sono costretta a stringere i denti, ascoltare il mio stomaco che ribolle e tentare goffamente di calmarmi. <strong>Il risultato \u00e8 un fallimento<\/strong>.<\/p>\n\n\n\n<p>Continuo a pensare a quella parola che odio e detesto: <em>flessibilit\u00e0<\/em>. Eccola fluttuare nella mia mente e urtare contro la calotta cranica un po\u2019 come il salvaschermo Windows con cui solitamente scrivevo il mio nome bombato. <strong>Essere flessibile \u00e8 il mantra del lavoro educativo<\/strong>, \u00e8 la parola spalmata su qualsiasi annuncio voi troviate sul web e non. Si tratta di quella famosa e antica pratica dello spremere come un limone le persone, che assumono a loro volta la capacit\u00e0 di riprendere forma umana dopo esser state ridotte a straccio-appallottolato. Ecco cosa \u00e8 la flessibilit\u00e0. \u00c8 solo una stupida scusa per tappare i buchi di un sistema-scolapasta al collasso. <strong>Ma com&#8217;\u00e8 possibile che siamo cos\u00ec ridotte?<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Seduta alla scrivania dell\u2019ufficio, tra un&#8217;email e l\u2019altra, riecheggiano nella mia testa i grandi slogan: <em>Siamo tutte una grande famiglia<\/em>, <em>agiamo per il bene delle persone<\/em>, <em>essere educatrice \u00e8 una vocazione<\/em>, <em>educatrici si nasce e non si diventa<\/em>, <em>garantiamo servizi alla persona<\/em>, <em>non c\u2019\u00e8 esercizio migliore per il cuore che stendere la mano ed aiutare gli altri ad alzarsi<\/em>\u201d. Tutto questo \u00e8 mero e puro slogan!<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Cosa significa essere parte di una grande famiglia? <\/strong>Non vorr\u00e0 mica significare fare leva sullo spirito di sacrificio? Ed ancora, il concetto di <em>famiglia<\/em>, quell\u2019organo della nostra societ\u00e0 su cui qualcuna ha detto <em>troppa famiglia fa male!<\/em> La direzione che stiamo prendendo non \u00e8 quella di de-costruirla, criticarla e reinventarla la famiglia? Svincolarla dal suo valore tradizionale che ha generato a conti fatti molti oppressi ed oppresse piuttosto che soggettivit\u00e0 libere e non disfunzionali. Ma attenzione, qui non parliamo di volontariato sociale, di vocazione, di <em>pi\u00e8tas<\/em> ed amore sfrenato verso l\u2019altro. <strong>Qui parliamo di persone che lavorano per altre persone.<\/strong> Il lavoro va pagato, tutelato ed anche dignitosamente! Cosa \u00e8 che spinge molte persone a credere che una educatrice debba sacrificare se stessa per il bene delle persone per cui lavora? Cosa \u00e8 che spinge a credere che io debba essere flessibile come una fisarmonica? Io, che il sacrificio venga fatto per i ragazzi per cui lavoro, inizio a dubitarne. Penso invece che spesso si diventi come tanti piccoli pezzi di stoffa che vanno a tappare freneticamente quei buchi del sistema-scolapasta di cui accennavo prima.<\/p>\n\n\n\n<p>Chi ne paga le conseguenze per\u00f2 non siamo solo noi, sono soprattutto le persone per cui lavoriamo. Ultimi in questa catena di montaggio. L\u2019obiettivo \u00e8 <em>fatturare<\/em>! Mi chiedo dove siano tutti i bei concetti che avevo studiato all\u2019universit\u00e0, dove siano andati a finire tutti i bei propositi e le immagini che avevo creato nel mio cinema fantastico quando stappavo sorridente una bottiglia di prosecco con la corona d\u2019alloro in testa.<br><strong>Nel mondo delle vetrine ci sono cascate anche le cooperative sociali.<\/strong> Quello che sta succedendo \u00e8 che i valori del sociale, di cui tanto ci hanno fatto leggere e studiare, faticano a essere applicati.<\/p>\n\n\n\n<p>Si scontrano con una dura realt\u00e0 in cui la priorit\u00e0 viene data alle risorse ed ai bandi per i quali si lavora compulsivamente e teleologicamente. <strong>Il fine non \u00e8 pi\u00f9 la persona bens\u00ec raggiungere l\u2019obiettivo finale<\/strong>, giustificare la spesa, fare numeri e incassare. Un lento processo di deumanizzazione verso la rotta aziendale l\u00ec dove le persone sono numeri.<\/p>\n\n\n\n<p>Mi sento di aver vissuto e continuare a vivere in <strong>un mondo fatto di contraddizioni<\/strong> tra quelli che sono i miei valori, tra ci\u00f2 che sono stati i miei propositi e quella che \u00e8 la realt\u00e0 dei fatti. Dove \u00e8 finita la mia dignit\u00e0 e dove quella delle persone per cui lavoro? Diventa complesso cos\u00ec vivere una quotidianit\u00e0 lavorativa che va nella direzione opposta a ci\u00f2 che sento di essere e ci\u00f2 che penso sia giusto.<\/p>\n\n\n\n<p>Finisco le mie ultime chiacchiere con i ragazzi ma sono distratta ed a volte mi si riempiono gli occhi di lacrime per una rabbia che non so pi\u00f9 dove incanalare. A fine turno mi accorgo di avere due chiamate perse da Clara. Sicuramente vorr\u00e0 propormi di andare a prendere uno spritz in centro con i soldi che non ho mentre ci lagniamo delle nostre sventure lavorative. Anche lei come me \u00e8 un\u2019educatrice. La richiamo non appena esco dalla struttura. Non posso crederci, mi d\u00e0 una notizia che mi fa frizzare tutto il corpo. Mi ha detto che questa sera al bar di San Donato c\u2019\u00e8 l\u2019assemblea di quelle ragazze di cui gi\u00e0 mi aveva parlato. Le <em>educatrici arrabbiate<\/em>. Clara, che le frequenta, mi spiega che hanno chiamato un\u2019assemblea pubblica per ripensare collettivamente a quali possano essere le pratiche di lotta da agire per iniziare a far sentire la nostra voce di lavoratrici del terzo settore e del mondo educativo. Mi dice \u201cBasta, non ne posso pi\u00f9 di sentire tutte le tue critiche al sistema e vederti poi reagire come un alghetta moscia. A questo giro o vieni o non ti parlo pi\u00f9!\u201d. Ha ragione. Mi fiondo sul primo autobus per raggiungere il posto dell\u2019appuntamento e mi sento felice, al diavolo la stanchezza! Eccola, Clara mi aspetta vicino al bar. Dietro di lei posso scorgere centinaia di palline gialle.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>La rabbia \u00e8 sovversiva se si collettivizza.<\/strong><\/p>\n\n\n\n<div style=\"height:108px\" aria-hidden=\"true\" class=\"wp-block-spacer\"><\/div>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>La protagonista della storia che andrete a leggere non esiste nel mondo reale. 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